Quando mi sento chiamare il disagio assale ogni mio desiderio di razionalità. Chi ci chiama, lo fa solo per portarci nella propria realtà. Io non voglio. Mi rifiuto con ogni forza. Voglio continuare a sognare. Aprire gli occhi significa adattarsi. Accettare un nuovo sogno o incubo.
Nuovo sogno o incubo.
I passi risuonano in echi lontani tra le scale e le ampie sale. Le molte luci ai neon, ormai ingiallite dal tempo, confondono la mia ombra che diviene appena percettibile. Proseguo da solo per alcuni corridoi prima di fermarmi e voltarmi in segno di risposta. Sì. No. Sto solo cercando l'uscita. Sono le risposte monosillabiche come spiegazione del mio vagare ad un uomo sulla cinquantina che mi segue a dieci passi di distanza. Nel totale silenzio si percepisce il tetro ronzio dell'ascensore che si avvicina. Vedo le porte aprirsi nel momento in cui svolto per la stretta tromba delle scale. Undici scalini. Pianerottolo. Dodici scalini. Pianerottolo. Uscita. Ma chiusa. A quest'ora non si accettano visitatori. Mi accascio in un angolo in lacrime. Piango senza motivo stringendo la testa tra le braccia. Forse solo per unirmi alle lacrime di sofferenza che mai si asciugano tra queste pareti.
Una mano mi sfiora i capelli mentre me ne sto chiuso in me stesso con le mani a coprire il volto. Mi chiedi perché sto a piangere su questa vecchia panchina del parco dove le foglie secche tendono a creare un manto di scura tristezza tra i raggi del sole. Sorridi e mi tendi la mano amichevolmente. Ti è sempre piaciuto asciugare le mie lacrime.
giovedì 12 luglio 2007
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